lunedì 20 febbraio 2017

Ricordare la Shoah per costruire una società accogliente

di Sergio Casali

Piero ricorda ancora la fuga per sfuggire dalla persecuzione. Aveva cinque anni, alle sue spalle la dittatura che ucciderà tredici parenti, davanti a sé un muro di filo spinato, la durezza della guardia di confine e l’angoscia estrema di suo padre: “se non ci fate passare – Piero ha ancora presenti alla memoria le parole disperate del papà – mi do fuoco con tutta la mia famiglia”. Piero è Piero Dello Strologo, 81 anni, presidente del Centro culturale Primo Levi e voce autorevole in città. Lunedì a una sala gremita di giovani ha raccontato la sua storia, quella di un bambino ebreo genovese che si scoprì “diverso” e poi “nemico” per il suo stesso Paese: poi la fuga e la vita da rifugiato in Svizzera, mentre sul popolo ebraico si abbatteva la violenza omicida della Shoah. “Di tante volte che ho portato la mia testimonianza – ha spiegato – questa è quella che mi commuove di più, perché lo faccio accanto a un giovane che oggi vive un’esperienza simile alla mia”. Con lui, infatti, c’era Yaya Kongyra, giovane gambiano perseguitato dalla dittatura a causa della sua attività politica. Anche il suo è il racconto di un viaggio della speranza: il deserto, le violenze in Libia, la paura sul barcone nel Mediterraneo e poi l'incontro con la Guardia Costiera italiana e l'apprensione nell'attesa della risposta alla richiesta d'asilo politico. Ascoltare questi racconti è un'esperienza di memoria e di costruzione di una cultura condivisa. Aiuta a comprendere la storia per non lasciarsi ammaliare dalle sirene del populismo volgare che propone soluzioni facili a problemi complessi. Ma, soprattutto, aiuta ciascuno di noi – forse la prima generazione europea a non aver vissuto un conflitto – a comprendere che cos’è veramente la guerra, proprio in un tempo che sembra riabilitare l’idea dell’intervento armato come soluzione praticabile alle tensioni globali. Quel bambino di settant’anni fa e questo giovane africano mostrano con la loro vita che la guerra è la più grande di tutte le povertà e, come diceva papa Giovanni Paolo II “un’avventura senza ritorno”. In una società che ambisce a definirsi smart, ma in cui tutto è virtuale, siamo grati ai testimoni del dolore, perché ci fanno il dono prezioso di un'intelligenza della vita e della storia.


Da "Il Secolo XIX"

Guarda il servizio del TGR Liguria


venerdì 17 febbraio 2017

A San Valentino, pranzo e festa per gli anziani di Terni

Il 14 febbraio, si sa, è San Valentino. Pochi invece sanno che il patrono degli innamorati era originario di Terni ed a soli 21 anni, nel 197, venne consacrato vescovo della cittadina umbra, in cui è venerato da secoli come patrono. Ed è così, che per onorare la festa di San Valentino, la Comunità di Sant’Egidio di Terni organizza da anni un pranzo con gli anziani che vivono soli o in istituto. “Una tradizione di solidarietà che vivifica la memoria del nostro patrono - scrivono i responsabili della Comunità di Terni - stando vicino ai nostri anziani, in un clima di festa e familiarità”. Al pranzo non è voluto mancare il vescovo Giuseppe Piemontese, che ha voluto salutare uno ad uno gli invitati e gli organizzatori del pranzo... continua a leggere

mercoledì 1 febbraio 2017

Il segreto dei corridoi umanitari? L'accoglienza diffusa

Sono arrivati in 40 dalla Siria via Beirut, ancora una volta con i corridoi umanitari, promossi dal dicembre 2015 da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Tavola Valdese. 
Il primo gruppo del 2017 fa salire a 540 il numero complessivo di coloro che hanno potuto raggiungere l’Europa in sicurezza, legalmente, senza cadere nelle mani dei trafficanti. Entro la fine dell’anno gli arrivi saranno 1000.

martedì 24 gennaio 2017

Edo e il suo montascale: grazie a 'Noi per Voi' e Sant'Egidio

Lo possiamo dire: obiettivo raggiunto! E' stato finalmente montato il montascale presso l’abitazione di Edo, una casa popolare in Via Zanella a Firenze.
Dopo che già l’anno scorso la Comunità di Sant’Egidio aveva raccolto una parte importante dei fondi necessari all’acquisto del macchinario, la cifra completa è stata raccolta grazie a una mobilitazione straordinaria lanciata, a partire dallo scorso 1° Ottobre, da Noi per Voi Onlus. Presto, non appena le condizioni metereologiche lo consentiranno, faremo una festa di inaugurazione.
Erduan Ajeti è un ragazzo italiano, di origine kosovara, di 18 anni, che vive a Firenze con i suoi genitori. Lo chiamano tutti Edo. Sin dall’età di tre anni è affetto da un linfoma di Hodgkin.
Dopo le prime cure al Meyer riesce a condurre una vita normale fino a undici anni, quando riprendono, in maniera violenta, malesseri e disturbi fisici. Dopo una lunghissima serie di diagnosi incerte, trascorso più di un anno, viene sottoposto al trapianto di midollo, donatogli da sua sorella. Ma, dopo nemmeno un mese dal trapianto, il suo corpo sviluppa una violenta reazione di rigetto, che gli ha provocato, e gli provoca, gravi conseguenze alla pelle, ai muscoli, agli occhi, alle anche.
Edo è bloccato a letto, perché non è più autosufficiente; e vive al terzo piano di una casa popolare di Firenze, dove non c’è l’ascensore, e può, anzi poteva, essere trasportato a braccia, con estrema delicatezza, solo dal padre, che rischiava per la fatica di spaccarsi la schiena, e che con la madre lo assiste in tutto e per tutto.
Per questo, per consentirgli di alleviare le sofferenze e di potersi recare anche qualche ora in giardino per prendere un po’ d’aria, Noi per Voi e la Comunità di Sant'Egidio si sono fatte carico del problema. Con l'ultima sottoscrizione, lanciata da Noi per Voi, non solo si è raggiunta la cifra necessaria al montascale, ma si è potuto acquistare anche un letto antidecubito e addirittura lanciare una borsa di studio contro la GVH, o Graft-Versus-Host, una reazione di rigetto come quella che ha avuto Edo.
Il ringraziamento ai fiorentini, e ai toscani tutti che si sono mobilitati, commossi dalla vicenda di Edo, è semplicemente doveroso e se l’obiettivo è stato conseguito lo si deve in primis a loro.

martedì 3 gennaio 2017

Un istituto per anziani, 3 bravi cuochi e gli amici di Sant'Egidio. Ecco gli ingredienti di un Capodanno speciale.

Il cenone di Capodanno, si sa, è un momento di festa. Si cercano i familiari, gli amici più cari per chiudere insieme l'anno ormai trascorso e brindare a quello nuovo. 
Ci sono luoghi però dove questo è più difficile che accada, per tanti motivi. Allora la festa può tramutarsi in qualcosa di diverso oppure divenire, nel migliore dei casi, un giorno come un altro. Una cena come tutte le altre.
La Comunità di Sant'Egidio, da sempre vicina agli anziani e alle loro famiglie, conosce bene le difficoltà di una vita che invecchia, e sa che la solitudine si sente di più proprio in questi momenti.

Ed ecco che le foto di questo post ci racconta un'altra storia, un'altra serata, di amicizia, gioia e grande cucina. 
Succede a Roma, in un istituto per anziani che si chiama Villa Cavalieri, nella periferia nord della Capitale. Goffredo, Anna e Giorgio. Tre giovani e affermati cuochi che decidono di trascorrere un Capodanno diverso. 
Vogliono cucinare una cena speciale per chi è in difficoltà, per chi potrebbe trascorrere quel momento speciale come fosse un qualsiasi altro giorno. Offrono il loro prezioso aiuto alla Comunità di Sant'Egidio.
Si, gli ingredienti c'erano davvero tutti. Ed è stato un Capodanno indimenticabile.

Grazie a tutti coloro che lo hanno reso possibile e a quanti vorranno, con creatività e amicizia, rendere meno dura la vita di chi è più solo in questa nostra città. Una bella sfida per un nuovo anno appena iniziato!