venerdì 23 dicembre 2016

Quando i poveri diventano un pezzo della tua famiglia

Giulia Ruffini, 22 anni, romana della Montagnola, quarto anno di Giurisprudenza alla Luiss, è stata l’anno scorso a uno dei pranzi di Natale della Comunità di Sant’Egidio. Uno dei moltissimi dove l’accoglienza si mescola con l’allegria. Giulia ci sarà anche questo 25 dicembre. A far scattare in lei la scintilla della solidarietà era stato un volantino. C’erano foto di senza dimora sorridenti, circondati da giovani con chitarre e un numero di telefono per informazioni.
Giulia aveva chiamato quel numero, un po’ titubante. Voleva anzitutto capire, non sapeva ancora dove avrebbe portato quella telefonata. Il suo aiuto serviva davvero? E scopre che sì, ciascuno di noi può fare qualcosa. «Un giorno che non dimenticherò facilmente», ricorda oggi. All’inizio, il suo compito è andare a portare un pasto caldo a chi non lo ha: «In poco tempo ho scoperto una città sommersa. Anche se sono sempre vissuta a Roma, non conoscevo la mia città. Ma soprattutto ho capito che anche io avrei potuto fare qualcosa per renderla migliore». Da allora, ogni settimana, Giulia prepara con i suoi amici la cena itinerante degli universitari di Sant’Egidio nei quartieri Nomentano e San Lorenzo. Visite frequenti, feste di compleanno, ma anche battaglie per chi è più solo e senza protezione. E a Natale si fa una grande festa: «È il pranzo più bello dell’anno, che tutti attendiamo con impazienza», prosegue Giulia che il 25 dicembre si siederà a tavola con questi suoi amici: i poveri che oramai sono diventati un pezzo della sua famiglia.



lunedì 12 dicembre 2016

Un'icona tattile per gli anziani ciechi del Sant'Alessio

L'icona tattile
Sono passati alcuni mesi da quando C. disse: "Grazie per la bella descrizione di questa icona, ma la posso vedere? Posso toccarla?". Si riferiva all'immagine del volto di Gesù, dipinta su di un'antica icona custodita all'interno della chiesa di Sant'Egidio a Roma, che quel giorno era stata descritta agli anziani ciechi del Centro Regionale Sant'Alessio - Margherita di Savoia a Roma. 
C. è una donna anziana, cieca dalla nascita che fin da bambina ha vissuto in istituto proprio a causa della sua cecità. La sua non era una domanda banale, ma la richiesta profonda e concreta di sentire vicino a sé quel volto amico a cui tendere lo sguardo e le mani. 
Questa semplice domanda ci ha interrogato e molti in questo tempo hanno dato il loro contributo affinché si potesse realizzare un'immagine tattile, simile nei lineamenti a quella dell'icona custodita della chiesa di Sant'Egidio, che è stata realizzata incidendo il legno in due formati. Di quello tascabile che presenta un lato in rilievo ed uno con l'immagine per vedenti, sono state realizzate molte copie per essere donate agli ospiti dell'istituto. L'icona ha quindi fatto il suo ingresso nella chiesa del Sant'Alessio per essere benedetta, accolta con gioia dagli anziani  ciechi ed ipovedenti che insieme agli amici della Comunità di Sant'Egidio hanno pregato per i poveri. 
La preghiera con gli ospiti del "Sant'Alessio"
Un segno concreto di amicizia e misericordia in questo tempo di Avvento che ci avvicina al Natale, così come don Francesco Tedeschi ha ricordato nella sua predicazione: "Il Natale è rivelazione dell'amore di Dio....benedicendo questa immagine che non solo si potrà vedere, ma anche toccare, Dio si fa vicino. Prendere questa icona nelle nostre mani è un po' come prendere fra le nostre braccia il bambino Gesù. La vicinanza di Dio che si fa bambino non è qualcosa di illusorio e quando si fa vicino il cuore si allarga". Al termine della preghiera le icone tascabili sono state portate a tutti coloro che per motivi di salute sono rimasti nelle loro camere e non hanno potuto raggiungere la chiesa dell'istituto, per far giungere anche a loro la benedizione invocata durante la preghiera "Possa il Signore, che oggi ci contempla da questa immagine del Suo volto che si rende tangibile, accogliere tutta la nostra debolezza per allargare il nostro cuore".

Enrico Guastaferro


martedì 6 dicembre 2016

Il pranzo di Natale di Sant'Egidio è un presepe vivente - GUARDA IL VIDEO

Natale si avvicina e si prepara il presepe: lo facciamo anche noi: ma le statuette sono amici, che, in tutto il mondo, partecipano al pranzo di Natale della Comunità di Sant'Egidio.



Vuoi aiutarci a preparare il pranzo con i poveri? Tutte le informazioni

DONA

domenica 20 novembre 2016

Auguri a tutti i bambini!

Il 20 novembre si festeggia la Giornata Universale dei Bambini. Per questo rivolgiamo un pensiero a tutti i bambini del mondo, augurando loro di crescere bene, di realizzare i propri sogni... come è accadito a Cuong, giovane cambogiano, che ci ha scritto: 


"Mi chiamo Cuong, ho 27 anni, vivo a Phnom Penh in Cambogia. Sono nato nel distretto di Takhmao, nella provincia di Kandal. 

I miei genitori sono morti quando ero piccolo ed ho vissuto tutta la mia infanzia a casa di mio zio. Ho iniziato a frequentare la scuola ma in Cambogia studiare è costoso, ci sono poche scuole e pochi maestri, perché negli anni del genocidio sono stati uccisi il 99% degli insegnanti. Mio zio non aveva un impiego fisso e sapevo bene che, come la maggior parte dei bambini nel mio paese, non mi sarei potuto diplomare, anche se ero il più bravo della mia classe. Un giorno, nel 2003, il mio maestro, alla fine della lezione mi ha preso da parte e mi ha spiegato che sarei stato adottato a distanza: qualcuno dall’Italia mi avrebbe aiutato a proseguire gli studi. Da quel giorno ho ricevuto regolarmente un sostegno alimentare, le cure mediche in caso di bisogno e soprattutto ho potuto continuare gli studi. Mi sono diplomato a pieni voti e sono riuscito a realizzare il mio sogno: iscrivermi alla facoltà di medicina presso l’Università Internazionale di Phnom Penh. Oggi, sono medico e lavoro in un ambulatorio al centro della città".

sabato 19 novembre 2016

Ecco un motivo per festeggiare la Giornata per i diritti dell'infanzia

Il pensiero va alla Giornata per i diritti dell’infanzia del 2009: il giorno prima (19 novembre), 350 persone rom romene erano state sgomberate dalla baraccopoli di via Rubattino a Milano. Tra loro decine e decine di bambini, 36 dei quali frequentavano le scuole del quartiere. Uno sgombero duro, contro il quale si mosse un'alleanza di famiglie, insegnanti, cittadini. 

Da quel tragico giorno, con la forza della solidarietà, è nata una straordinaria storia di amicizie che hanno messo radici sempre più profonde. Non era solo la Comunità di Sant'Egidio a camminare a fianco degli amici rom, ma tante persone, diverse tra loro, unite dallo stesso desiderio di giustizia e di condivisione. Scuola, casa, salute e lavoro sono stati i traguardi raggiunti da una sessantina di famiglie.

Anamaria, Cristina, Georgel, Iosif, Petru, Florina, Roberta e tanti altri bambini allora impauriti che passavano da uno sgombero all’altro, da una scuola all’altra, oggi sono studenti delle superiori. Un percorso difficile in cui i loro diritti di bambini sono stati tutelati con forza e impegno. Le loro storie rendono concreta la Giornata per i diritti dell’infanzia. Oggi li possiamo vedere impegnati negli studi, lontanissimi ormai da un destino di miseria, e li incontriamo anche nei luoghi del servizio o impegnati in attività sportive.

Una di loro, Anamaria, ha compiuto 15 anni nei giorni scorsi, e il regalo per lei è stato un tablet necessario per gli studi, che le abbiamo portato alla festa di compleanno nella bella casa, dove vive con la famiglia. Georgel e Florina invece hanno voluto essere fotografati nella cucina di casa con l’abbigliamento immacolato della scuola per cuochi che frequentano. Alex, studente al terzo anno di un istituto per grafici, si è recato più volte a fare servizio al Memoriale della Shoah dove Sant'Egidio accoglie i profughiDice: “Vengo qui perché incontro ragazzi della mia età che non hanno avuto la fortuna che ho avuto io, so cosa significa non avere una casa e non poter andare a scuola. Cerco di aiutarli a non sentirsi soli”. Cristina invece gioca in una squadra di pallavolo e non perde un allenamento. Alina preferisce andare a spasso con le amiche italiane, guadagnandosi i suoi spazi di adolescente in opposizione ai genitori, che la povertà ha costretto a passare da bambini a adulti e faticano a fare fronte a un’età sconosciuta per la loro generazione.


I loro fratelli più piccoli sono all’asilo nido, alla scuola materna, elementare e media. Più di 150 bambini che possono vivere un presente positivo immaginare il loro futuro, da Elisabetta che sogna di guidare gli autobus, a Fabrizio che si immagina calciatore.


Proprio il 19 novembre 2016, a sette anni di distanza da quel brutto sgombero, molti rom e italiani, tutti milanesi, si sono ritrovati insieme per festeggiare il battesimo di Alessia Stefania: è l'ultima dei tanti bambini che in questi anni si sono aggiunti alla famiglia dei "rom di Sant'Egidio".

di Stefano Pasta

mercoledì 9 novembre 2016

Verso il Giubileo dei senza dimora

Il Giubileo straordinario della Misericordia si avvia alla conclusione. Ma prima della chiusura delle Porte Sante, quest'anno eccezionalmente aperte in tutto il mondo, non poteva mancare proprio a Roma un Giubileo dedicato ai poveri. Arriveranno da tanti paesi centinaia di senza dimora e verranno ricevuti venerdì mattina in udienza da papa Francesco, che domenica celebrerà la messa nella Basilica di San Pietro. 

Pubblichiamo di seguito l'intervista di Francesca Sabatinelli a Carlo Santoro della Comunità di Sant’Egidio, pubblicata dalla Radio Vaticana.

D. Sono il frutto di quella "cultura dello scarto" che Papa Francesco denuncia dall’inizio del suo Pontificato. Sono i diseredati, i senza tetto, i poveri, privati di tutto, a cominciare dalla loro dignità. Francesco li accoglierà, in un Giubileo a loro dedicato che vuole essere un messaggio diretto a tutti, a chiunque guardi con ripugnanza e diffidenza persone che come colpa hanno solo quella di esseri poveri. Carlo Santoro, con la Comunità di Sant’Egidio, è al loro fianco da anni:
R. – Sono le persone che noi incontriamo qui a Roma ogni sera, da molti anni, quelli che il Papa chiama “gli scartati”. Spesso il tentativo è quello di evitare di vederli, mentre il nostro è quello di far cambiare la mentalità a questa città. Auspichiamo anche che, a partire da adesso, con quest’anno del Giubileo della Misericordia, visto che l’inverno e  il freddo si avvicinano, verranno aperti dormitori e posti di accoglienza da parte delle istituzioni e anche da parte di altri enti e associazioni.
D. – Quante saranno le persone presenti al Giubileo con Papa Francesco?
R. - Noi speriamo qualche centinaio qui a Roma, il problema è che non sempre è facile raggiungere i romani, spesso la mattina molti di loro hanno il loro lavoro: andare in giro a cercare risorse, cibo. Però devo dire che la risposta che ho visto finora è molto positiva. C’è una grande aspettativa nei confronti del Papa, sanno tutti che è un loro grande amico e che ha fatto già diverse cose per loro. Questo è proprio l’atteggiamento cui tutti noi siamo chiamati: guardare le persone negli occhi, dar loro la mano, perché spesso in noi prevale l’individualismo e anche la nostra poca voglia di vedere persone così diverse da noi. In realtà, essendo amici dei poveri si scopre quanto loro siano simili a noi e quanto ognuno di noi, potenzialmente, potrebbe diventare povero in una società così assurda in cui, se non sei più produttivo, vieni fatto fuori. Come dice il Papa, quante volte è successo che un vecchio sia morto assiderato per strada e nessuno se ne è accorto, è morto nell’anonimato, senza funerale ... Questo, in genere, non fa notizia, non fa cronaca. Effettivamente, in questo mondo che mangia un po’ l’umanità, va recuperato questo senso forte che penso possa essere salvato solo dalla Misericordia di quest’anno, che ci è stata istillata e ispirata nei confronti “degli scartati”, come direbbe il Papa. Penso sempre che il discorso dello scarto in realtà vada ancora molto, molto, compreso.
D. - Come Comunità di Sant’Egidio avete visto un cambiamento nella percezione degli altri nei confronti di queste persone, grazie anche al messaggio di Papa Francesco?
R. - Assolutamente. In questi due, tre anni in cui il Papa non ha mai perso l’occasione per parlare dei poveri, di questo amore per i poveri che salva tutti noi, credo che abbiamo visto sempre di più la nascita di gruppi spontanei, così come di singoli, che iniziano a parlare, ad aiutare, a mettersi vicino alle persone che vivono in strada. Questo è un fenomeno in crescita. Spero che continui questa onda buona che è arrivata dal Papa, questo suo amore, questo suo mettere al centro della Chiesa i poveri. Penso che l’idea del Papa sia che ognuno di noi può fare qualcosa per i poveri, anche poco. Credo che tutta la Chiesa e ciascuno di noi che ne fa parte, siamo chiamati ad aiutare ogni povero che incontriamo per la strada. Nessuno può tirarsi fuori, ognuno deve prendersi la propria responsabilità.
D. - Cosa chiederanno al Papa queste persone? Se hanno delle richieste …
R. - Il Papa ci insegna sempre che ogni essere umano non ha un problema solo materiale, spesso noi dimentichiamo che fanno parte della Chiesa e che hanno anche dei bisogni spirituali. Credo che nei confronti del Papa l’aspettativa sia di carattere spirituale. Penso che il Papa sa toccare le corde dei poveri nel dire: “Voi siete importanti per noi Chiesa” e penso anche che noi si debba comprendere ancora molto di cosa significhi essere poveri.

martedì 8 novembre 2016

L'istituzione inventata. In un libro 40 anni di battaglie per la dignità dei malati psichici

Giovedì 10 novembre, al termine del convegno "Nuovi percorsi e soluzioni abitative per persone con disagio mentale" organizzato dalla ASL Roma 4 e dalla Comunità di Sant'Egidio, in collaborazione con il DSM di Trieste, verrà presentato da Gian Antonio Stella e Piero Cipriano il libro di Franco Rotelli, L'istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010, Merano 2015. L'autore, attualmente presidente della Commissione Sanità del Friuli Venezia Giulia, ha lavorato a stretto contatto con Franco Basaglia dal 1971, contribuendo alla chiusura del manicomio di Trieste e all'approvazione della legge 180 del 1978. 
Scrive Franco Rotelli: "Ci è sembrato doveroso mettere giù questo diario, certamente non esaustivo. Sperando che a giovani che su queste o simili questioni dovranno impegnarsi ora e in futuro questo racconto dica qualcosa di importante: che bisogna fare per non subire e farlo con gli altri. Ricominciando ogni giorno dalla realtà. Noi abbiamo sempre cercato di fare così e siamo convinti di aver fatto buone cose che vale quindi la pena raccontare, bene o male che sia. Perché, purtroppo, il lavoro è appena incominciato, e il mondo delle psichiatrie in giro per il mondo continua ad essere molto, ma molto brutto, e quello della sanità dovrebbe essere molto, ma molto meglio".

venerdì 4 novembre 2016

Homeless: senza dimora, ma non senza dignità

Pubblichiamo una lettera inviata da un lettore di Roma alla redazione di un giornale, che invece non l'ha pubblicata... Vi invitiamo a leggerla e diffonderla sui social!

Spettabile Redazione,
Ho letto con molto interesse l’articolo apparso ieri sulla cronaca di Roma sulla baraccopoli tra i colonnati dell’Eur. L’ho fatto perché mi avvicino spesso a quelli che la giornalista definisce pericolosi tossici ubriaconi (che poi ubriachi a volte lo sono, tossici non mi risulta - ma anche se lo fossero? - e pericolosi tanto meno). In realtà, prima di tutto sono persone che, nonostante le condizioni in cui vivono, non per scelta, lo assicuro, lottano per conservare la propria dignità. Hanno poi nomi, Gennaro, Elena, Arcadio…, relazioni affettive, speranze e aspettative, spesso deluse, e certo problemi. Ma il rispetto della dignità che si deve a ciascuno vorrebbe che prima di presentarli come fenomeni da baraccone sull’altare dello scandalo del degrado ci si chiedesse come fare per farsi carico della loro realtà e come aiutarli ad uscire dalla loro condizione. Il primo passo sarebbe riconoscere la loro essenza di persone, perché nessuno di noi può essere identificato con la condizione in cui si trova a vivere.
Un saluto,
Giorgio Busato

giovedì 3 novembre 2016

Il sorriso contagioso di don Oreste Benzi, morto nove anni fa


Sono passati nove anni dalla morte di don Oreste Benzi, il prete dalla tonaca lisa amico dei poveri e delle schiave “vittime della tratta”, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, presente con le sue case famiglia in 38 Paesi sparsi nel mondo. Don Oreste ci ha lasciato nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 2007, all’età di 82 anni, e da allora i membri della Papa Giovanni continuano a vivere lo spirito della condivisione, che è il cuore del suo carisma, sotto la guida di Giovanni Ramonda. “Don Oreste va meditato, ma non in modo nostalgico” ha sottolineato in occasione di questo anniversario, “dobbiamo meditare il cuore di don Oreste e dire il nostro sì davanti a tutti i nuovi fronti di condivisione con i poveri e gli emarginati. Abbiamo un campo di azione stupendo che ci attende. I giovani vanno dove vedono la credibilità”.

Oggi don Oreste verrà ricordato nella sua città, Rimini, e in molte altre città dell’Italia e del mondo, dove sono vive le realtà da lui fondate, case famiglia e centri di accoglienza, che continuano quotidianamente a impegnarsi per quella società del gratuito che il don riteneva possibile. Lui stesso, profeticamente, aveva lasciato il suo testamento sulla pagina di Pane quotidiano in uscita proprio il giorno della sua morte. “Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra”, scriveva, “la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio”.

mercoledì 2 novembre 2016

Una festa a Milano per accogliere i rifugiati

foto Ansa

Il 1° novembre centinaia di persone si sono radunate di fronte alla caserma Montello a Milano per una festa di quartiere organizzata dal Comitato zona 8 solidale, riferisce l'Ansa.
Il Comitato si è costituito per offrire una buona accoglienza ai circa 300 rifugiati che saranno ospitati nella struttura, alcuni dei quali già arrivate a fine ottobre. Tanti cittadini milanesi e nuovi europei hanno voluto così lanciare un messaggio di accoglienza
, mentre nelle scorse settimane non erano mancate manifestazioni di protesta contro l'arrivo dei migranti nella caserma Montello. Nei giorni scorsi Fouad Fokhal, originario del Marocco, aveva annunciato la partecipazione del movimento "Genti di Pace" della Comunità di Sant'Egidio, dichiarando ad "Avvenire": «Sentiamo la responsabilità di dare un contributo ai neoarrivati, mostrando vicinanza e amicizia. Ci ricordiamo le difficoltà dell'inizio e sappiamo come gli occhi con cui si è guardati fanno la differenza».

venerdì 28 ottobre 2016

Angelo e Annamaria, ex senzatetto: prima la casa, poi il matrimonio

Oggi raccontiamo una bella storia. 

Angelo e Annamaria, ex senzatetto di Genova, dopo aver ricevuto in dono una casa da un benefattore sono convolati a nozze. «Non avrei mai pensato di ritrovarmi sposato a 50 anni - ha raccontato lo sposo al Secolo XIX - non ho ancora realizzato, ringraziamo la Comunità di Sant'Egidio e tutti quelli che ci hanno sempre aiutato»

Continua a leggere e guarda il video di Alberto Maria Vedova su "Il Secolo XIX"

sabato 22 ottobre 2016

Alla Luiss il pranzo è servito: menù a base di amicizia, pace e integrazione

"Bello, Bellissimo!". Con queste parole Chiara, matricola di Giurisprudenza, da solo un mese a Roma, ha commentato il pranzo organizzato dagli universitari della Comunità di Sant'Egidio. Il pranzo si è svolto nella mensa di viale Romania ed è stato offerto dall'Università LUISS e dalla società Compass che fornisce i pasti. 

Senza dimora, bambini delle Scuole della Pace, profughi siriani, anziani hanno pranzato in un clima di festa insieme a un centinaio di universitari. Gli studenti hanno incontrato per la prima volta tante storie di povertà e solitudine, come quella di Gina, pensionata che vive su una panchina; ma anche di gioia e speranza, come quella dipinta sul volto di Faiza, bimba del Bangladesh.

Come ha esclamato Federico, matricola di Scienze Politiche nipote di ristoratori cinesi immigrati in Italia: "E' proprio bello mettersi al servizio degli altri insieme a un bel movimento di giovani!"

mercoledì 19 ottobre 2016

Una famiglia di profughi siriani "adottata" a Bari: un modello di integrazione

Un "modello adottivo". Così Daniela Pompei, responsabile dei servizi ai migranti della Comunità di Sant'Egidio,  ha definito il sistema italiano di integrazione in un panel dell'incontro "Sete di Pace" ad Assisi.
Sono passati quattro mesi dall'arrivo in Italia degli ultimi rifugiati siriani con i corridoi umanitari. E se si scorrono le foto dell'album della famiglia Mahajna, arrivata a Bari lo scorso 16 giugno, proprio di adozione bisogna parlare. Ahmed e Fatima, di origini palestinesi, vivevano coi quattro figli in un sobborgo di Damasco, teatro di scontri, attentati e rapimenti. Di qui la decisione di fuggire in Libano dove tiravano avanti con fatica: niente scuola per i bambini, un lavoro saltuario da imbianchino per il papà. Poi l'incontro con gli operatori di Sant'Egidio e delle Chiese protestanti italiane, che hanno proposto loro la possibilità di venire in Italia in modo sicuro e legale: il corridoio umanitario.
Ora la famiglia è ospitata in un appartamento messo a disposizione dalla parrocchia del Preziosissimo Sangue in San Rocco, nel centralissimo rione Libertà, ed è aiutata da una generosa rete di sostenitori: tra visite di amici e feste di compleanno, la famiglia siriana non ha avuto difficoltà ad ambientarsi. 
Alle spalle la guerra e la miseria dei campi profughi, tutti si sono concentrati nell'apprendimento della lingua italiana: anche a luglio e ad agosto, non sono mancate le lezioni, possibili grazie alla disponibilità di numerosi volontari. 

Ma la presenza della famiglia siriana tra i vicoli di Bari ha scatenato una vera e propria gara di solidarietà: tanti si sono offerti di aiutare, contribuendo a far sentire a casa propria quella famiglia fuggita dall'orrore della guerra in Siria. 
Anche i bambini della Scuola della Pace hanno adottato Khaled e i suoi tre fratellini. Prima ancora che arrivassero in Italia, il piccolo Denny ha voluto dedicare ai suoi nuovi amici siriani un disegno coloratissimo: coi corridoi umanitari in Italia si arriva volando!



sabato 15 ottobre 2016

Torna "Games4Peace": sport all'insegna dell'amicizia e dell'integrazione

"Games4Peace, Sport & amicizia con i profughi di Padova" al Portello il 16 ottobre 2016 Eventi a Padova

Torna "Games4Peace", la giornata all'insegna dello sport e dell'amicizia tra italiani e nuovi europei promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dai Giovani per la pace di Padova domenica 16 ottobre.
Nello storico quartiere del Portello, si alterneranno giochi e partite di calcio e pallavolo, a cui parteciperanno squadre rigorosamente miste, composte da ragazzi padovani, studenti fuori sede e giovani profughi.
Si tratta della seconda edizione della manifestazione “Games4peace” che lo scorso anno ha visto la partecipazione di centinaia di giovani. Nell’invito ai loro coetanei i Giovani per la Pace affermano: “Vogliamo divertirci, cancellare gli stereotipi, abbattere le barriere. Siamo convinti che occorre costruire ponti non muri: ci sono tante energie buone. La divisione e l’indifferenza si combattono anche così, ritrovandosi in un campo di calcio o di pallavolo per ricordarci che in fondo non c’è alcuna differenza fra un giovane africano ed uno italiano! Certo, le storie di provenienza sono diverse, ma vogliamo sognare che si può costruire un futuro insieme. Padova ha spesso mostrato un volto duro nei confronti di chi è straniero e profugo. Dai giovani può nascere un movimento di ribellione pacifica all’indifferenza e all’esclusione”.

Leggi la notizia su "Avvenire" del 18 ottobre 2016

lunedì 26 settembre 2016

Chi sono i poveri? La porta santa per arrivare a Dio

«Chi sono i poveri? La porta per arrivare a Dio. Sono la più santa delle porte sante». Così ha affermato José Tolentino Mendonça, teologo e scrittore portoghese, intervenendo al panel "Religioni e poveri" durante l'incontro "Sete di Pace" ad Assisi. Il teologo portoghese si è interrogato sull'«immenso patrimonio spirituale che nasce dall'amicizia con i poveri» e ha osservato che i poveri insegnano l'ascolto e l'accoglienza e mostrano la presenza di Dio. E poi ha raccontato una storia. C'era una volta un uomo devoto che, nella sua preghiera, chiese a Dio una cosa smisurata...

venerdì 9 settembre 2016

Va', dona la vita! Un libro sulle tre missionarie italiane uccise in Burundi

Nella notte tra il 7 e l'8 settembre 2014 tre religiose italiane, Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernadetta Boggian, vennero uccise nella loro casa alla periferia di Bujumbura, in Burundi. A due anni di distanza, il volume Va', dona la vita! Storia, parole, morte di tre missionarie saveriane in Burundi, a cura di T. Caffi, EMI, Bologna 2016, ne ricostruisce la vicenda umana, sintetizzata da una frase di Olga Raschietti: «Una missionaria muore volentieri nella sua terra di missione. E poi a me basta esserci, anche se non potrò fare tante cose». 
Pubblichiamo di seguito alcuni brani della prefazione di mons. Matteo Zuppi al volume: 
«Nel piccolo Paese "cuore dell’Africa" vi sono state testimonianze straordinarie di come la fede può aiutare a contrastare la logica della violenza, spezzandone la catena, seminando amore. [...] Non sappiamo, a due anni di distanza, se la morte violenta delle missionarie saveriane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian abbia a che fare con le tensioni che attraversavano il Paese. Gli impegni che erano stati presi di cercare gli assassini e di fare giustizia si sono del tutto arenati. Questo libro ci aiuta a comprendere la loro vita di missionarie, svoltasi sostanzialmente tra il Sud Kivu (Congo) e la capitale burundese. Tutta la zona è attraversata da una violenza che supera le frontiere e rappresenta un contagio pericolosissimo. La loro è la testimonianza di donne che hanno dato tutto quello che avevano, che sono rimaste per limitare i frutti amari della guerra e della divisione. [...] Appare evidente, in ogni pagina, che il tratto caratteristico del loro servizio missionario è stato la capacità di farsi uno con il popolo al quale sono state inviate. Si comprende solo in questa luce la scelta di ritornare in Africa, contro quanto potevano consigliare la salute e soprattutto l’età avanzata. Esse sono in realtà la testimonianza di una vita spesa fino alla fine, di una giovinezza del cuore, di una vecchiaia che non smette di avere sogni»

mercoledì 7 settembre 2016

Programmi per l'estate? #RefugeesWelcome in Ostia beach

All'ombra degli ombrelloni dello stabilimento Isola Fiorita di Ostia, con la brezza del mare è arrivata la solidarietà!
Per tutta l'estate un gruppo di rifugiati siriani, giunti in Italia grazie ai Corridoi Umanitari, ha potuto fruire dei servizi dello stabilimento. 

Il dott. Giuseppe Filippone, Presidente della Cassa Mutua di Assistenza e Previdenza per il personale del Ministero dell’Interno che gestisce lo stabilimento, insieme ai suoi collaboratori, hanno risposto prontamente alla richiesta di ospitalità della Comunità di Sant’Egidio. Con simpatia e generosità hanno accolto gli ospiti, felici di poter contribuire al programma dei Corridoi Umanitari. Durante questo periodo, abbiamo più volte affrontato con il personale e i dirigenti le questioni dei migranti e sui viaggi della speranza e soprattutto sulla tragedia della guerra siriana, convinti che “ognuno di noi, può contribuire per alleviare le sofferenze di chi fugge dal dolore. Basta poco! A volte è sufficiente un ombrellone, una sdraio e un bel sole estivo”, donare momenti di serenità ai bambini e alle loro famiglie è stato per noi un modo per contribuire a questo progetto, e siamo stati onorati di avervi potuto aiutare, offrendo quello che potevamo con grande piacere”, ha detto il dott. Filippone.

Con loro gli amici di Sant'Egidio, vecchi e nuovi europei, altri rifugiati giunti ormai da qualche anno nel nostro Paese che gratuitamente si spendono nell'accoglienza.

Mare, sole, sport e simpatia è l'accoglienza generosa che promuove l'integrazione e dona una speranza di futuro oltre la sofferenza della guerra.

lunedì 18 luglio 2016

Dopo una vita per strada, finalmente una nuova casa per Gilda!

Avete mai avuto un sogno che pensavate irrealizzabile? Avete mai visto una meta che credevate irraggiungibile? Avete mai assistito ad un miracolo?
Gilda sì, e con lei anche gli universitari e i giovani della Comunità di Sant'Egidio di Roma.

Per tanti anni Gilda aveva vissuto nella sua casa alle porte di Roma, insieme al marito Mimmo e ai figli. Ma la vita a volte riserva sorprese dolorose e una complicata situazione familiare ha costretto Gilda e il marito a lasciare la casa e vivere lunghi anni per la strada. 

Per anni Gilda, prima tra i cartoni alla Stazione Termini, poi dentro un camper, ha sognato un letto vero e delle lenzuola di flanella calde per l'inverno, un tavolo per pranzare ed una poltrona per riposare, un bagno e una doccia per poter togliere via la stanchezza della giornata, delle finestre per far cambiare l'aria  e un frigo per tenere in fresco l'acqua, una porta da sbarrare prima di andare a dormire e un posto sicuro nel mondo.
Abbiamo conosciuto Gilda nel momento di massima difficoltà. Siamo diventati amici, e il suo sogno è diventato anche il nostro.

Dovevamo riportarla a casa, per ridarle il tepore di un salotto perché d'inverno a largo Passamonti, dove viveva, c'è molta umidità e fa troppo freddo, mentre d'estate batte sempre il sole e non si riesce a respirare.
Dovevamo riportare Gilda a casa per darle un posto più sicuro, perché da quando suo marito Mimmo non c'è più, lei in quel camper c'è rimasta da sola.
Dovevamo riportare Gilda a casa perché non si può vivere una vita intera per la strada.
Dovevamo riportare Gilda a casa... e alla fine ce l'abbiamo riportata!

La casa era rimasta vuota, ma praticamente distrutta: pareti da buttare giù, impianti da installare, pavimenti da impiantare, mobili da comprare...
Gli universitari di Sant'Egidio si sono messi al lavoro: due mesi intensi, studenti improvvisati muratori, ma anche l'aiuto di donatori generosissimi, di elettricisti professionisti, e poi il lavoro generoso e gratuito dello Studio Bonforte, che ha ideato un progetto di ristrutturazione rapido e poco oneroso.

Alla fine il miracolo si è compiuto e ora Gilda vive nella sua casa!

Domenica 17 luglio all'inaugurazione eravamo in tanti, commossi e felici: oggi Gilda è come rinata e si è ripresa quella dignità che la strada le aveva tolto.
Sì, perché tornare in una casa dopo anni di vita in strada è un po' come tornare a vivere.



lunedì 11 luglio 2016

Gianni Morandi con i detenuti di Poggioreale

"Oggi sono stato a trovare i detenuti nella casa circondariale 'Giuseppe Salvia'. Ho trascorso un paio d'ore cantando e conversando con loro.  E’ stata un’esperienza molto toccante. Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà".

Gianni Morandi
È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà. È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà. È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà. ando con loro.
È stata un'esperienza molto toccante.
Uscendo da questa porticina ho immaginato la disperazione di chi entra e la grande gioia di chi esce ritrovando la libertà.

da "Il Mattino" del 22 giugno 2016


Il carcere di Poggioreale come una piazza di un paese dove si tiene un concerto di inizio estate. Appena Gianni Morandi entra nella chiesa del penitenziario, i detenuti presenti si alzano in piedi e scoppia un fragoroso applauso. E subito si crea un feeling tra il cantante bolognese e i carcerati. 

Sono in duecento e provengono dai padiglioni Italia, Livorno e Firenze. Molti sono napoletani, qualcuno è straniero, tantissimi i giovani. Morandi intona «Se perdo anche te» e l'atmosfera subito si surriscalda. Interloquisce con i ragazzi, li chiama sul palco per cantare con lui o per eseguire un brano a richiesta. Vincenzo di Scampia, 31 anni e tre figli, chiede di cantare «In ginocchio da te». «A chi la vuoi dedicare?», gli chiede il cantante. «A mia moglie - risponde il giovane - mi diceva di andare a lavorare ed io non ci sono andato, e oggi sono in galera». «Ma come fai a conoscere questa canzone - replica Morandi - mica hai 70 anni?». E poi aggiunge: «Al mondo non esiste chi non ha sbagliato almeno una volta»
Poi il concerto continua con «Un mondo d'amore» e «Vita». «Vita in te ci credo, le nebbie si diradano», dice il testo della canzone. A Poggioreale, per un pomeriggio, le nebbie che si diradano sono quelle dell'isolamento. Tutti cantano, anche gli operatori penitenziari presenti e i volontari della Comunità di Sant'Egidio che ha organizzato l'evento. 
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando sorride soddisfatto. Quest'anno, per la prima volta nella storia del carcere, in prima fila accanto a lui e al direttore Antonio Fullone, siedono anche i carcerati. È una vera rivoluzione. «Il carcere non è un luogo estraneo alla società civile», afferma il Guardasigilli. 
Morandi vuole conoscere le storie di ciascuno, che cosa li ha portati in carcere, fa tante domande ai detenuti: «Quanto tempo devi stare ancora qui? Fuori hai delle persone che ti vogliono bene? Ma una faccia così simpatica come la tua, cosa può aver fatto di male?». E ancora: «Ti viene a trovare tua moglie, ti porta un regalo?». E l'uomo risponde che i figli sono il regalo più bello. «Ma guarda che sono una responsabilità», gli ricorda l'artista. 
Nella platea si intrecciano storie di dentro e di fuori, del carcere e fuori. Un giovane chiede di dedicare «Solo insieme saremo felici» a una cugina che vive a Latina e che lo aspetta quando uscirà. Un altro detenuto rivela che solo lo scorso 5 maggio ha incontrato Morandi in una trattoria di via Tribunali e il cantante ha dedicato una canzone al figlio che compiva gli anni. «E ora dice con amarezza - sono qui». 
Il legame tra Napoli e Morandi è profondo e antico. È cominciato quando il giovane Gianni, già una star nazionale, girava i film musicarelli negli anni Sessanta, vestito da militare, e quando teneva i concerti alla Sanità dove alla fine per salutarlo tutti sventolavano i fazzoletti. Ma è stata anche l'amicizia con Lucio Dalla, che gli raccontava della passione e dell'allegria dei napoletani, a legarlo ancora di più alla città. E quando intona «Caruso», è tutto un coro che canta commosso. Così come sull'accenno a «Quando» e a «Napul'è» di Pino Daniele. 
Poi è la volta de «Il padrino» e dell'omaggio a Rota: il pubblico accompagna la melodia della canzone, la musica sembra riuscire a sciogliere la durezza di vite difficili, e «ci aiuta a stare insieme», aggiunge Morandi. 
«Uno su mille» è la canzone della risalita, di quando si sta a terra nella polvere e non si vede via d'uscita. Un inno alla vita e alla speranza che chissà quante volte i carcerati hanno cantato in cuor loro. Un Pulcinella di terracotta è il regalo che il cantante si porta via per ricordare questa giornata particolare. 
Il concerto, dopo quasi due ore finisce. Un gelato al limone offerto dai volontari rinfresca e rende meno triste il rientro in cella. Morandi saluta uno per uno i detenuti, stringe le mani a tutti e si fa fotografare con loro. All'uscita del portone del carcere chiede se anche chi viene scarcerato varca quella porta. E si fa ritrarre mentre esce, immedesimandosi in uno di loro. Sicuramente gli saranno tornate in mente le parole della sua canzone, «perché al mondo no, non esiste nessuno che non ha sbagliato una volta».


Antonio Mattone

martedì 21 giugno 2016

"Ho imparato a dare il meglio di me in Comunità". Grazie Elard!

Oggi a Blantyre, in Malawi, tanti fratelli e sorelle della Comunità di Sant'Egidio si raccoglieranno per dare l'ultimo saluto a Elard Alumando, il cui funerale sarà celebrato da mons. Vincenzo Paglia. Ricordiamo il nostro caro fratello Elard, con un suo intervento tenuto a un convegno  della Comunità di Roma nel 2009.
"Sono nato in un paese del Sud del Malawi, dove vivono tanti musulmani e la mia famiglia era una delle tre famiglie cristiane. Ho incontrato la Comunità di Sant'Egidio nel 1999. Subito sono stato stupito dalla forza del Vangelo, soprattutto nel modo in cui si manifesta nella Comunità. Penso al potere di essere capaci di vivere insieme in amicizia, alla cultura del convivere nonostante le nostre diversità di colore, il fatto che apparteniamo a diversi gruppi etnici e perfino a differenti paesi. Tutti siamo un solo popolo riunito dalla forza dell'amore del Signore.
Non cessa di stupirmi come sia possibile stare in comunione come se non ci fosse bianco, nero o asiatico. Viviamo e lavoriamo insieme in un solo popolo. Io lavoro con il progetto DREAM per la cura dell'Aids in Africa, come responsabile nazionale. E lì ogni giorno vedo come sia possibile decidere e fare insieme ogni cosa, africani e europei, per salvare la vita di tanti malati. E' un sogno che si sta realizzando: Andrea Riccardi lo ha chiamato Eurafrica, africani ed europei insieme per cambiare il mondo. E' un grande dono questa unità che non conosce differenze per la ricchezza, per l'educazione, per l'età.
E' questo il dono che ho ricevuto da Dio gratuitamente. La bellezza di avere tanti fratelli e sorelle non di sangue, che ti sono così cari e ti amano anche di più. Mi sento a casa sempre quando sto qui a Roma e mi sento rassicurato quando sto con i fratelli e le sorelle della Comunità. La famiglia della Comunità è fatta di persone diverse, con culture diverse, e per questo ci unisce un legame ancora più forte.
Nessuno vuole vivere per sempre in condizioni di povertà. Tutti vogliamo avere una vita bella e questa è la ragione per cui in tanti lasciano l'Africa alla ricerca di un futuro migliore. Effettivamente l'essere nati in Africa è considerata una sfortuna, quasi una cattiva sorte. Ma cosa possiamo fare? Certamente il primo pensiero è di emigrare verso l'Occidente. Chi vorrebbe vivere in un paese in cui la povertà è aggravata dalla corruzione e dall'avidità? Dove ognuno pensa a se stesso e non si interessa mai della sofferenza degli altri? Ed è difficile trovare lavoro, anche se hai terminato gli studi con risultati ottimi, anche se sei laureato? Per questo anche io non avevo mai pensato di vivere tutta la mia vita in Malawi. Sono andato a scuola sempre con il pensiero che appena finito di studiare sarei andato via.
La Comunità veramente mi ha fatto capire tanti orizzonti della vita e del mondo che prima non mi sembravano importanti. Restare in Africa... ma a fare che? Tutti i giovani se ne vanno per trovare una vita bella. E io? Ma la Comunità mi ha dato una risposta: sei tu a cambiare il mondo. Sei tu il futuro dell'Africa. E se te ne vai, chi prenderà il tuo posto per dare la vita a tanti? Chi sarà lì a insegnare la nuova cultura del convivere? La cultura dell'amore e del Vangelo con una mentalità tutta cambiata, che non guarda soltanto alla ricchezza ma alla parola del Signore e la mette in pratica. Così ho imparato a dare il meglio di me in Comunità.
La Comunità mi ha amato, mi ha dato una nuova dignità e mi ha aiutato a comprendere il valore di vivere nel mio paese, per poterlo cambiare. Ho capito che non è necessario emigrare, andando in Sudafrica o a Londra - dove sta mio fratello - e avere più soldi per cambiare la vita. Sant'Egidio mi ha aiutato a vedere la dignità del popolo africano. Mi sto rendendo sempre più conto che posso lamentarmi per la mancanza di ricchezza, ma la ricchezza non può farmi felice. E' una grazia per me che la Comunità mi ha insegnato a vivere l'economia del dono e la gratuità.
Con la Comunità ho capito che la vita è là dove pensiamo sia solo l'inferno. La Comunità ci insegna una nuova cultura, la cultura di uomini e donne del Vangelo. Una cultura che è un dono, che abbiamo ricevuto gratuitamente e dobbiamo dare pure gratuitamente. Dobbiamo essere orgogliosi di questa cultura. Una cultura di donne e uomini senza pregiudizi ma pronti ad accogliere tutti. Non dimentichiamo che le nostre città hanno bisogno di questa cultura. E noi possiamo proteggerla. La nostra preghiera la protegge. Io voglio cominciare ogni giorno con la Parola del Signore, così posso essere protetto, posso continuare a seguire questo cammino con la forza dell'amore e vivendo profondamente dentro la cultura dell'amore. Perché è solo attraverso questo percorso che io posso essere capace di vivere in unità con altri, con amore e tenerezza.

lunedì 20 giugno 2016

Festa della "Casa Amica" di via Quattroventi


Sabato 18 giugno, in una calda giornata primaverile, a Viale Quattroventi (zona Monteverde a Roma) si è svolta una festa particolare. Una festa d’inclusione per vincere la solitudine e il pregiudizio.

Infatti i residenti disabili della “Casa Amica” della Comunità di Sant’Egidio, hanno organizzato una grande festa per tutto il quartiere proprio nel giardino della loro casa. Hanno aperto le porte a tutti. 
Più di 100 persone fra disabili, stranieri, rom, anziani, bambini, giovani, hanno passato un bellissimo pomeriggio di festa e amicizia, con musica dal vivo, balli e buon cibo.

Una festa che veramente ha coinvolto tanti; dal parroco della parrocchia di San Giulio, don Dario, al presidente della cooperativa H Anno 0, Maddalena Maggi ai vicini di casa e i negozianti del quartiere 

Insomma una festa in cui la parola d’ordine era AMICIZIA!

Gabriele Rigano, della Comunità di Sant’Egidio, rivolgendo un saluto di ben venuto ha detto:  “La nostra casa vuole essere un luogo aperto nel quartiere, un luogo di incontro. E' il miracolo dell'amicizia in cui si confonde chi aiuta e chi è aiutato.  La nostra casa vuole essere un ponte in cui si incontrano persone che normalmente non si incontrano, un luogo di amicizia e di serenità nel nostro quartiere. Un luogo in cui si ricostituisca quel tessuto di convivenza spesso messo a dura prova nei quartieri delle nostre città dalla solitudine, dall'indifferenza e dalle spinte verso la paura e la diffidenza per chi è considerato diverso. A tutto questo rispondiamo con più solidarietà, amicizia e accoglienza e soprattutto con una gran voglia di fare festa“.

 

Diego Romeo





venerdì 3 giugno 2016

Oltre l'emergenza: istituzioni e società civile, un progetto per chi non ha casa

E' stata presentata nei giorni scorsi una convenzione tra il Comune di Civitavecchia, la Comunità di Sant'Egidio e la Croce Rossa Italiana, che prevede una serie di interventi di sostegno ai senza dimora. Il provvedimento, possibile grazie a un importante impegno economico da parte dell'amministrazione di Civitavecchia, garantirà l'accoglienza e la fornitura di pasti caldi a circa 40 senza tetto, residenti nel territorio comunale
Come riporta www.trcgiornale.it, in una conferenza stampa nell'Aula Cutuli, la vicesindaco Daniela Lucernoni, insieme al nuovo commissario della Croce Rossa Roberto Petteruti e a Massimo Magnano, medico e responsabile della Comunità di Sant'Egidio, hanno spiegato nel dettaglio i particolari della convenzione e i risultati che auspicano di raggiungere in città. Petteruti ha evidenziato il profilo sociale dei senza dimora, persone in cui la mancanza della casa si accompagna, spesso, a solitudine, disagio psichico o ad un passato segnato dal carcere. "Vogliamo che in questa città - ha dichiarato Massimo Magnano - ci si occupi e preoccupi del bene comune, specialmente dei meno fortunati. I nostri percorsi di assistenza prevedono pernottamenti, forniture di pasti e progetti educativi per anziani, giovani, persone con disagio psichico e, da qualche mese, per i senza dimora". 
Come si legge in www.civonline.it, la vicesindaco Luccheroni, esprimendo la soddisfazione dell'amministrazione per i risultati raggiunti, ha affermato“E' una convezione davvero sperimentale, che ci permette di operare assieme a due importanti realtà nazionali, presenti sul nostro territorio, in modo più strutturato e sinergico per arginare la povertà e il disagio grave a Civitavecchia”
La decisione del Comune di Civitavecchia rappresenta davvero un modello di come gli enti locali possono affrontare la sfida della povertà. Alla vigilia delle elezioni amministrative in tanti comuni italiani, la redazione di "Amici dei poveri" non può che auspicare che i nuovi sindaci seguano l'esempio di Civitavecchia.

lunedì 30 maggio 2016

L'abbraccio delle “grandma” al CIE di Ponte Galeria

Nelle foto si vedono volti sorridenti e occhi che a stento trattengono le lacrime. Per le ragazze del CIE di Ponte Galeria, la visita delle "grandma" (grandmothers), ossia le nonne di Fiumicino, è stata davvero una festa.
Per chi non lo sapesse, il CIE - acronimo che sta per Centro di Identificazione ed Espulsione - è il luogo dove vengono trattenuti in attesa del rimpatrio gli stranieri sorpresi senza i documenti in regola... quelli che, con una parola di cui si abusa, vengono chiamati "clandestini", rivelando tutto il disprezzo e l'incapacità di integrare delle nostre società europee.
Certo, finora a nessuno era venuto in mente che tra "clandestine" e "grandma" potesse scoccare la scintilla di un'amicizia. Eppure è accaduto, nella sorpresa degli stessi volontari di Sant'Egidio che ogni settimana visitano le anziane, le aiutano nelle loro necessità quotidiane e le hanno accompagnate al CIE, che si trova a pochi chilometri da casa loro a Fiumicino. Nel reparto femminile del CIE di Ponte Galeria sono ospitate cinesi, marocchine, latinoamericane e soprattutto giovani nigeriane, giunte in Italia dopo il viaggio attraverso il deserto e il Mediterraneo. Lo ha raccontato, nella commozione generale, Jennifer: "Quando camminiamo in strada la gente ci guarda male, ma non immagina quello che abbiamo passato nel deserto. A mezzogiorno per il caldo pregavamo che venisse la notte perché il sole e la sabbia bruciavano il viso". 
Nonostante le difficoltà oggettive di comunicazione, gli abbracci, i sorrisi e gli sguardi hanno permesso l'incontro. Con gesti di attenzione da parte delle ragazze preoccupate di sostenere le anziane con il deambulatore, a loro volta commosse nel vedere giovani così belle e indifese, costrette a vivere dietro a grosse grate di ferro... come fossero delinquenti.
"Ci dovrebbero venire tutti a vederle da vicino, perché la televisione le offende chiamandole 'clandestine'. Mica hanno fatto qualcosa di male!", ha detto una signora, che appena uscita dal CIE ha promesso alle amiche di spegnere la TV quando sentirà la parola "clandestini". E un'altra ha detto: 
"Nessuno vi capisce meglio di noi. Noi sappiamo cos'è la guerra e cos'è la fame. Non vi dimenticheremo e ogni giorno pregheremo per voi". 
Molti lo hanno dimenticato o semplicemente non lo sanno. A Fiumicino tra il '43 e il '44 c'erano i bombardamenti, i rallestramenti e tanti italiani profughi... Un consiglio: andate a trovare le "grandma": ve lo raccontano loro cosa succedeva in Italia settant'anni fa.

martedì 17 maggio 2016

"Per me la scuola è la vita", parola di maestra

Tor Sapienza, una delle tante periferie di Roma, con tanti problemi e poche soluzioni, se non il lavoro tenace di chi non si rassegna a una città disgregata e a volte disumana. Tra queste persone c'è Maria Cristina Di Penta, maestra elementare con trent'anni di esperienza e tante battaglie di integrazione alle spalle. 
Alle telecamere del TGR Lazio la maestra della Emily Dickinson dice: "Per me la scuola è la vita! A Tor Sapienza ci sono tanti bambini stranieri: africani, asiatici, latinoamericani. Per tutti la sfida è l'integrazione". La scuola Dickinson ha aperto le sue porte anche ai bambini rom, che vivono in alcuni campi del quartiere e che inizialmente non frequentavano con assiduità le lezioni. 
"Da quando è intervenuta la Comunità di Sant'Egidio - osserva la maestra Maria Cristina - le cose sono cambiate". Infatti grazie al progetto "Diritto alla scuola, diritto al futuro", centinaia di bambini rom - oltre 50 sono nel Lazio - ricevono una borsa di studio che permette loro di continuare con profitto il loro percorso scolastico. Inizialmente erano solo alla scuola primaria, ma adesso anche alla secondaria di primo e secondo grado. 
E a ripensare ad uno dei bambini rom, che ha visto crescere e che ha aiutato ad integrarsi, la maestra Maria Cristina si commuove. Perché per lei la scuola è la vita.
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