sabato 18 gennaio 2014

Storie dal carcere: Poggioreale l’inferno dimenticato

Da un articolo su Il Mattino del 16 gennaio 2014
La drammaticità della condizione delle carcere italiane ha suscitato nel Paese dibattiti e autorevoli prese di posizione, come quelle del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di papa Francesco.

La vicenda di Vincenzo Di Sarno, affetto da tumore e rinchiuso nel carcere di Poggioreale, che ha sollecitato il capo dello Stato a concedergli l’eutanasia, ha provocato l’immediato intervento di Napolitano che ha chiesto di “attivare anche, dinanzi alla magistratura disorveglianza, la richiesta di sospensione dell'esecuzione della pena carceraria a causa delle condizioni di salute”.

E anche la morte di Federico Perna, mesi fa a Poggioreale, su cui è tuttora aperta una inchiesta da parte della magistratura, lascia presumere che niente sarà più come prima. “Dobbiamo aiutarci, stiamo cambiando tutti” spiega un ispettore dell’istituto intitolato a Giuseppe Salvia, davanti a tensioni e preoccupazioni che investono gli operatori penitenziari.

Sono 61.869 i detenuti censiti nei nostri penitenziari. E davanti a noi c’è lo spettro della scadenza del maggio prossimo imposta dalla Corte europea che condannerebbe l’Italia a pagare una salata multa pecuniaria e un grande tributo politico nel caso in cui non si riduca il sovraffollamento.

Sappiamo che parlare di salute nelle carceri è un fatto alquanto complesso. Il detenuto Di Sarno è solo la punta dell’iceberg. C’è tanta gente gravemente malata: dializzati, persone con patologie tumorali avanzate, trapiantati, malati di Aids. In questo contesto bisogna fare i conti anche con le esigenze di sicurezza della nostra società, anche se talvolta fatti eclatanti e certamente gravi come quelli avvenuti recentemente, dove detenuti in permesso premio hanno commesso odiosi reati, sembrano condizionare in modo irrimediabile l’opinione pubblica. Anche qui la realtà è più complessa e bisogna distinguere le responsabilità personali e non fare di tutta l’erba un fascio. La concessione di misure alternative resta una delle soluzioni più praticabili e che statisticamente produce meno recidiva. uesto dato di fatto non QQqqq Magistratura, medici e operatori penitenziari devono cooperare e parlare un linguaggio comune. Non è più tempo per fare a scaricabarile.

In questo quadro articolato spiccano alcune evidenti criticità. Se i medici di assistenza primaria cambiano di frequente (come avviene per esempio nelle carceri napoletane) è difficile praticare la presa in carico e la continuità terapeutica dei detenuti, con l’effetto che cambiando continuamente riferimento sanitario ci si sente insicuri e si richiedono più spesso le visite mediche. D’altra parte i medici, non conoscendo la realtà penitenziaria e i loro pazienti sono orientati a praticare la cosiddetta “medicina difensiva”, per cui per evitare qualsiasi responsabilità, richiedono ulteriori accertamenti e visite specialistiche, tanto spesso esterne al carcere. L’effetto è quello di un aggravio di costi per tutta la collettività e di una mancanza di un rapporto fiduciario e di conoscenza tra detenuto e medico.

In aggiunta a tutto questo, l’ambiente carcerario fa emergere o fa nascere disturbi di natura psichiatrica. Lo vediamo dai tanti ingressi in Opg di persone che provengono dai penitenziari . La galera invece di rieducare, produce malattia mentale. In molti istituti il numero di educatori e di psichiatri è del tutto insufficiente e andrebbe significativamente incrementato. Infine, succede che la magistratura di sorveglianza non riesce ad espletare tutte le richieste che provengono dai carcerati. La mole di lavoro è aumentata anche per le norme previste dall’ultima legge “svuotacarceri”, mentre gli organici sono sempre gli stessi.

Stiamo iniziando a cambiare, dicono gli operatori penitenziari. Forse più per necessità che per convinzione. Allo stesso modo la politica e l’opinione pubblica dovrebbero farsi interrogare dalle parole di papa Francesco scritte nel messaggio della giornata mondiale per la pace: “Viene anche da pensare alle condizioni inumane di tante carceri, dove il detenuto è spesso ridotto in uno stato sub-umano e viene violato nella sua dignità di uomo, soffocato anche in ogni volontà ed espressione di riscatto”. Speriamo che questo appello venga ascoltato e che non debba passare altro tempo e altra sofferenza.

Antonio Mattone

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