venerdì 22 aprile 2016

In Piemonte, la nuova amicizia tra ragazzi italiani e rifugiati

Riceviamo alla mail gliamicideipoveri@gmail.com e volentieri pubblichiamo

Vogliamo essere i vostri nuovi amici. LA VITA È BELLA!

I giovani richiedenti asilo che frequentano la Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio a Rivarolo Canavese sono stati invitati a portare la loro testimonianza nella scuola media di Favria. La scuola ha richiesto questo incontro nell'ambito di una ricerca su vecchie e nuove migrazioni che sta coinvolgendo più scuole nel Canavese e che culminerà in una mostra che verrà allestita al Castello Malgra a Rivarolo Canavese. I ragazzi hanno intervistato i profughi ed è stata loro presentato il progetto dei corridoi umanitari. 



Giovani italiani e giovani profughi si sono incontrati per conoscersi perché parlarsi è il primo modo per abbattere i muri. Al termine dell'incontro i ragazzi hanno voluto salutare i loro nuovi amici venuti da lontano con queste parole:
"È stato splendido conoscere persone come voi. Abbiamo imparato a conoscere il vero coraggio che vi contraddistingue, tra noi e voi non c'è nessuna differenza, tranne la vostra sfortuna di nascere in paesi dove ci sono molti problemi. All'inizio avevamo la tendenza a giudicare senza conoscere poi ci siamo resi conto, ascoltando, che non possiamo comunque capire tutto fino in fondo perché ci sono aspetti troppo profondi ed emozionanti, difficili da raccontare.
Ascoltando i vostri racconti siamo andati al di là delle semplificazioni che si studiano a scuola e abbiamo imparato che non bisogna arrendersi ad ogni difficoltà e che dobbiamo smetterla di lamentarci quotidianamente di ogni piccolezza, perché ci sono persone nel mondo che ogni giorno vivono nel pericolo e nella paura e questo alimenta la loro tenacia e speranza.
Non smettete mai di raccontare la vostra storia perché è un insegnamento. Avete dovuto lottare e faticare molto per cose che a noi sembrano scontate e banali per raggiungere il vostro sogno di studiare, fare una vita normale e rendervi utili.

Vi auguriamo il meglio per il futuro vostro e delle vostre famiglie.
Vogliamo essere i vostri nuovi amici.

LA VITA È BELLA!

venerdì 15 aprile 2016

Accoglienza e integrazione: il modello del Trentino

Sono 1200 i migranti che il Trentino ha accolto nel 2015 e, nei primi mesi del 2016, altri sono arrivati. Tra questi i 29 siriani, giunti in Trentino alla fine di febbraio grazie ai corridoi umanitari della Comunità di Sant'Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese. Queste famiglie siriane erano da tempo rifugiate in Libano, nel campo profughi di Tel Abbas, dove hanno conosciuto i volontari di "Operazione Colomba" della Comunità Papa Giovanni XXIII. 
Il documentario "Essere migranti. L'accoglienza in Trentino" di Paolo Andreatta, vincitore del Premio "InFormazione" 2016, mostra un modello vincente di accoglienza e integrazione, basato sulla felice cooperazione tra enti pubblici, parrocchie, associazioni e privati
Ai migranti, oltre a una casa, vengono offerti l'apprendimento della lingua italiana e la possibilità di praticare un'attività sportiva. Tutti elementi che facilitano la piena inclusione sociale e la crescita personale dei migranti, che a loro volta iniziano a contribuire al benessere di una delle regioni più ricche d'Italia. Alcuni migranti, infatti, hanno trovato lavoro in una delle numerose imprese trentine di artigianato: Set e Bubakar riparano biciclette; Nouhoun e Chinedu sono apprendisti "casari", ossia imparano l'arte del formaggio in un caseificio a 1200 mt di altitudine. "Sono determinato a imparare e a capire", dice Chinedu, "quando si è determinati, tutto diventa più facile".  
E pensare che a pochi chilometri da lì, sul Brennero, qualcuno pensa di costruire un muro per bloccare i migranti...

giovedì 14 aprile 2016

14 aprile 1981: perché ricordare questa data?

14 aprile 1981, 35 anni fa, a Napoli venne ucciso da un commando della camorra il vicedirettore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia. Aveva 38 anni, una moglie e due figli. Dirigente dell’amministrazione penitenziaria, a soli 30 anni aveva varcato la soglia di Poggioreale. Come vicedirettore, gli era stato affidato il padiglione di massima sicurezza, quello che ospitava Raffaele Cutolo e altri boss della camorra. Giuseppe Salvia venne ucciso per aver sfidato il potere della criminalità organizzata, che controllava il traffico di droga e armi all'interno del carcere.
Al suo funerale si fece sentire l’affetto di tanti detenuti di Poggioreale, che inviarono corone di fiori e altre manifestazioni di vicinanza alla famiglia. Volevano ringraziare il vicedirettore Salvia, un servitore dello Stato incorruttibile, ma anche un uomo semplice, che in un ambiente violento e degradato non aveva perso la sua umanità. “Mio padre teneva al rapporto con i detenuti; li riceveva personalmente nel suo ufficio e li incoraggiava a intraprendere un percorso di riabilitazione”, ha ricordato recentemente il figlio Claudio, che all'epoca aveva tre anni e che, da tempo, partecipa come volontario ai pranzi di Natale offerti in carcere dalla Comunità di Sant’Egidio. Al carcere di Poggioreale, ora intitolato alla memoria di Giuseppe Salvia, è tornata anche la moglie Pina, che così commenta la sua partecipazione ai pranzi di Sant'Egidio con i detenuti: “Ogni volta che esco da qui, dopo il pranzo di Natale, mi sento riappacificata con la vita, perché negli occhi di chi sta scontando una pena vedo che c’è la speranza di riabilitarsi”.

martedì 12 aprile 2016

Ma chi l'ha detto che alla Luiss si studia soltanto?


La LUISS, si sa, ha una fama che la precede. Ma non si studia soltanto. Certo, anche di sabato, nei corridoi, nelle biblioteche, nelle aule, alla mensa c'è il solito viavai di studenti e prof. Ma sabato scorso la Luiss si è riempita di voci e di colori. Infatti a ora di pranzo sono arrivati i nostri amici senza dimora, alcune famiglie rom e i bambini della scuola della pace di Tor Sapienza, con i loro genitori. In collaborazione con il direttore amministrativo dell'università, la mensa ha offerto loro un ottimo pranzo. Tanti studenti della Luiss si sono prenotati per aiutare nel servizio o stare a tavola con gli ospiti. Ma anche quelli che non erano informati sull'evento, e andavano alla mensa per il loro pasto usuale, si sono stupiti per l'atmosfera di festa che si era creata. E si sono fermati ad aiutare... Insomma non si riusciva a distinguere chi serviva da chi mangiava.
È stato un momento molto bello di condivisione e incontro tra due mondi generalmente agli antipodi. E speriamo che non sia solo un'iniziativa, ma l'inizio di una tradizione.

Andrea Paviotti, Sant'Egidio - Luiss



lunedì 11 aprile 2016

Chi sono i rom?

di Paolo Cristiano, da "La Provincia Quotidiano", 11 aprile 2016

L’8 Aprile cade una memoria poco conosciuta, che però interessa una popolazione che da secoli abita silenziosamente nella provincia di Frosinone: si tratta della Giornata Internazionale dei Rom e Sinti. In quel giorno del 1971, infatti, si svolse a Londra una riunione di alcuni rappresentanti giunti da diverse parti del mondo. Furono scelti un inno e una bandiera comune (la ruota indiana a ricordare le remote origini, lo sfondo verde e azzurro a rappresentare i prati e il cielo). Si tratta dunque di un vero e proprio popolo, uno dei pochi al mondo che non ha mai dichiarato guerra né reclamato uno Stato per sé. E’ la minoranza etnica più diffusa in Europa, ma in Italia gli zingari non sono numerosi come in Spagna (800mila), in Francia (400mila) o in Romania (il 10% della popolazione totale). Non hanno forgiato i chiodi della croce di Gesù, come non hanno mai rapito bambini (ogni famiglia ne ha in abbondanza). Soprattutto, non è vero che a causa della loro cultura non si vogliono integrare, o che a loro piace vivere ai margini della legalità: sono di etnia Rom diversi attori come Chaplin, Yul Brinner o Banderas, musicisti (Elvis Presley e ovviamente i Gipsy King), il premio Nobel per la medicina del 1920, perfino un presidente del Brasile, un beato e una santa (Madre Teresa). Anche Nicola Zingarelli, autore del famoso vocabolario, potrebbe avere origini Rom, visto che negli antenati delle anagrafi civili, i registri parrocchiali, tale aggettivo sostituiva il cognome per gli appartenenti alla loro etnia. La stessa remota origine non è da escludere per i produttori del famoso liquore o per l’attuale presidente della regione Lazio. Al di là di leggende o di personaggi famosi, come si potrebbe fotografare la realtà dei Rom e Sinti nel nostro territorio oggi? 

E’ un mondo piccolo ma variegato: dei 150mila zingari presenti in Italia, molti sono italiani da secoli e diverse decine di migliaia vivono per lo più in Piemonte, in Abruzzo e Molise, in Sicilia e qui in Ciociaria. Fabrizio de Andrè lo ricordava in una sua splendida canzone dedicata a loro, Khorahanè: “Qualche Rom si è fermato italiano, come un rame a imbrunire su un muro, […] finché un uomo ti incontra e non si riconosce, e ogni terra si accende, e si arrende, la pace”. Spesso gli zingari si ritrovano a vivere in gruppi familiari insieme, in case popolari o terreni, ma più che di una scelta si tratta di un risultato di secoli di segregazione forzata, frutto di sospetti e pregiudizi. Ridicoli e ingiusti come quelli sugli italiani a New York o i meridionali in Svizzera. Gli episodi e i sodalizi criminali non avvengono in percentuale maggiore di quelli che si riscontrano a Napoli, a Milano o altrove. Il nomadismo è cessato da molto tempo, con la fine di mestieri tradizionali come sensali di cavalli, arrotini, giostrai. La loro lingua, il romanès, è un interessantissimo impasto di sanscrito, turco, russo e dialetti locali. Si sta lentamente perdendo, per il lento ma inarrestabile processo di integrazione. Processo nel quale Frosinone rappresenta, forse a sua insaputa, un’eccellenza. L’infausto modello del “campo nomadi” è stato superato già anni fa: in seguito ad un’alluvione il comune e la Caritas, con una rapidissima collaborazione, diedero ospitalità a decine di famiglie Rom che, fino ad oggi, vivono stabilmente in appartamenti nel capoluogo e nei paesi circostanti. Da allora sono migliorate notevolmente le condizioni di vita, l’istruzione e la salute di queste persone. Nessun vicino li guarda più con diffidenza né si accorge della loro presunta diversità. La generazione dei più giovani, accompagnata e incoraggiata nello studio, arriva a traguardi impensati, con alunni zingari presenti in istituti tecnici, licei scientifici e classici della provincia, perfino con studenti universitari nella capitale. A loro, e all’amicizia contro ogni pregiudizio tra Rom e gaggè (i non-gitani, in lingua zingara), è dedicato questo giorno, da far crescere nella memoria e nella cultura della nostra nazione.

lunedì 4 aprile 2016

Welcome Friends! In Italia c'è chi accoglie

Nour gioca nel cortile, il padre Yahya, 46 anni, lo guarda dal balcone e con la voce che tradisce la commozione dice all'interprete: «Mio figlio non ha mai corso in un prato, ha sempre vissuto rintanato per paura delle bombe». Il piccolo ha tre anni e con i genitori, la sorella nata lo scorso anno e gli zii appartiene al primo nucleo famigliare siriano – 10 persone in tutto, musulmani sunniti -  arrivato nella notte del 29 febbraio in Piemonte da Al Minja in Libano, con i corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant'Egidio e la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia con la collaborazione dell'Operazione Colomba, corpo civile di pace dell'Associazione Papa Giovanni XXIII che dal 2014 opera nei campi profughi ai confini con la Siria. Ad accoglierli e ad accompagnarli per i prossimi 18 mesi la comunità parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo di Leinì che con il sostegno della Pastorale dei Migranti torinese ha accolto l'appello di mons. Nosiglia a offrire ospitalità e vicinanza ai profughi che arrivano in Italia per sfuggire a persecuzioni, guerre, povertà.

«A settembre  – spiega il parroco don Pierantonio Garbiglia – abbiamo pensato a come raccogliere l'invito dell'Arcivescovo e abbiamo deciso di destinare all'ospitalità dei profughi una casa della parrocchia che avevamo a disposizione. Con l'impegno di tutti l'abbiamo rimessa a posto e trasformata in un alloggio con tre camere da letto, un bagno, un salotto e una cucina. Poi in collaborazione con la Pastorale dei Migranti abbiamo dato la nostra disponibilità e ora per 18 mesi cercheremo di aiutare questa famiglia. In un primo tempo li sosterremo nell'ambientarsi, il piccolo andrà alla scuola materna secondo quanto sceglieranno i genitori, poi li affiancheremo nel percorso verso l'autonomia».
«Ringrazia la tua comunità – ha scritto l'Arcivescovo a don Garbiglia – che con la tua guida ha accolto la famiglia siriana  offendo un segno concreto di amore che il Signore certamente accompagnerà con la sua Grazia e mi auguro che altre parrocchie seguano il vostro esempio». Un esempio fatto di aiuti concreti, ma anche di amicizia che i volontari della parrocchia hanno offerto sin dalle prime ore dell'arrivo a Leinì della famiglia. C'erano nella notte ad accoglierli e poi la mattina seguente di nuovo pronti per organizzare la spesa, capire le prime necessità, mettere a proprio agio tutti i componenti del nucleo, tra cui anche un uomo disabile, in carrozzina.
«Ci riempie di gioia questo arrivo e siamo contenti di impegnarci per questa accoglienza – spiega Daniela Gravino con il marito Renzo Marcato tra i volontari (una trentina) cui ora la famiglia di Yahya è affidata – All'inizio quando a settembre ne abbiamo parlato in Consiglio Pastorale c'erano pareri discordanti, perplessità timori. Poi a poco a poco si è innescata una vera gara di solidarietà: con un questionario abbiamo proposto alla comunità varie possibilità per contribuire al progetto: mettendo a disposizione del tempo, o degli  aiuti concreti, o aiuti economici e davvero tanti hanno aderito. Chi ha regalato capi di abbigliamento, alcune famiglie stanno pagando la lavatrice, altri hanno donato i loro elettrodomestici… si è colto il significato che tutti potevano contribuire per donare un po' di speranza e futuro a persone che hanno perso tutto».
Una mobilitazione nello spirito di condivisione incoraggiato in molte occasioni da mons. Nosiglia che ha impressionato sin dai primi momenti la famiglia di Yayha: «Pensando al mio futuro qui – racconta – penso al sorriso con cui sono stato accolto dai volontari dell'Operazione Colomba che ci hanno accompagnato qui e da quanti ci stanno ospitando. Un sorriso che parla di pace ed è questo che spero per la mia famiglia nel vostro Paese».
Parole di speranza da chi dice «Ormai delle mie città, Tartus, Homs, della mia casa ho solo il ricordo nel cuore perché tutto è andato distrutto», da chi ha sperimentato il carcere per essersi adoperato per il dialogo interreligioso, per aver accolto nella sua casa connazionali in fuga, da chi ha cercato di proteggere il proprio figlio che a soli tre anni era già ricercato dalla polizia siriana come un criminale».
«La loro storia – racconta Alessandro Ciquera dell'Operazione Colomba che ha vissuto nel campo profughi libanese di Tel Aabbas – è una storia di dolore e persecuzione. Sono dei sopravvissuti perché oggi in Libano i bambini siriani non hanno né scuola né assistenza sanitaria, muoiono per il freddo o per malattie che si potrebbero curare. I Siriani in Libano non possono permettersi di pagare il permesso di soggiorno e per questo rischiano continuamente di essere incarcerati. Per loro si trattava di continuare a vivere nella paura».
Una paura che nel cortile della nuova casa a ridosso della parrocchia di Leinì sperano si trasformi presto, soprattutto per i bambini, in un ricordo lontano. «Questa notte  - conclude Yayha – qui è stata la prima in cui abbiamo dormito serenamente, grazie per questo» e mentre parla gli occhi si fermano ancora su Nour: «finalmente gioca tranquillo». 
Federica Bello
da "La Voce del Tempo" (3/3/2016) 



sabato 2 aprile 2016

Cena di beneficenza a Civitavecchia per una città più umana e solidale

Una cena di beneficenza per una "città più umana e solidale". L'appuntamento, giunto alla sua terza edizione, è per lunedì 4 aprile al ristorante La Taverna Dell'Olmo di Civitavecchia. Il ricavato dell'iniziativa sarà interamente devoluto alla Comunità di Sant'Egidio, presente a Civitavecchia con numerose iniziative di solidarietà e una casa famiglia per persone con problemi abitativi e di salute. La cena, preparata dalla delegazione di Civitavecchia della Federazione Italiana Cuochi, sarà realizzata a costo zero: i supermercati forniranno i prodotti e i pescatori locali il pesce. "Siamo da sempre in campo per aiutare i poveri di questa città – ha detto al trcgiornale.it Ennio Iacoponi, della Comunità di Sant'Egidio di Civitavecchia – specialmente ora, a fronte dell'attuale periodo di crisi. Il nostro obiettivo è raggiungere l'ampia partecipazione registrata negli scorsi tre anni, in modo da assicurare pasti, posti letto e alloggi anche temporanei per i più bisognosi".