venerdì 4 marzo 2016

Desiderando conoscere l’impegno della Comunità di Sant’Egidio a Napoli...

Riceviamo alla mail gliamicideipoveri@gmail.com e volentieri pubblichiamo:

Desiderando conoscere l’impegno della Comunità di Sant’Egidio a Napoli, il 23 settembre scorso ho avuto il piacere di incontrare alcuni amici che mi hanno accolto e guidato nella loro vita quotidiana di testimoni della scelta di come vivere il Vangelo: le opere di solidarietà illuminate dalla fede e dalla preghiera costante. L’appuntamento è nella chiesa di San Nicola al Nilo, nel centro storico della città, alle 17: ci troviamo nel centro storico più vasto d’Europa, riconosciuto dall’UNESCO nel 1995 come patrimonio mondiale dell’umanità. Andiamo subito nella “Casa per anziani”, un appartamento a pochi passi, dove 5 anziani, età media 90 circa, vivono serenamente i loro giorni, dopo essere passati attraverso la grande tribolazione della solitudine e dell’abbandono, assistiti da circa 30 volontari della Comunità che offrono a turno la loro presenza 24 ore su 24. É noto l’impegno della Comunità per questa fase della vita: e infatti La forza degli anni, libro a cura di Sant’Egidio, presentato anche a Sassari da Francesca Scambia della Comunità di Roma (vedi Libertà 15 luglio 2014, n. 26) la ritrovo tutta nelle storie e negli sguardi indimenticabili, densi di vita sofferta, di queste persone.
A Napoli l’impegno della Comunità si esplicita attraverso l’amicizia non solo con gli anziani, ma anche con i disabili, i bambini, i carcerati. Con i disabili è attiva la scuola di pittura oltre che diversi laboratori, con i quali è stato possibile esporre opere alla Biennale di Venezia; gli stessi laboratori ora progettano l’organizzazione di una mostra a novembre a Roma, dal titolo “Abbasso il grigio”. Con i bambini è attiva la “Scuola della pace” in vari quartieri: Centro storico, Sanità, Scampia, Quartieri spagnoli, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli.
Molti giovani sono impegnati nella preparazione e distribuzione di pasti per i senza fissa dimora. È una proposta di solidarietà concreta che non esclude nessuno, nella convinzione che non ci sia nessuno così povero che non possa fare qualcosa per qualcun altro: persino i giovani reclusi nel carcere minorile di Nisida hanno scelto di dare il loro contributo preparando i pasti sotto la guida del cuoco dell’istituto. Altro impegno è nel carcere di Poggioreale: oltre le visite e gli incontri che regolarmente si realizzano, si fa anche la catechesi e, quest’anno, anche l’organizzazione della festa di fine Ramadan, condivisa con i detenuti di religione musulmana. E molti altri ancora sono gli impegni della Comunità di Sant’Egidio di Napoli: distribuzione di cibo, acqua, vestiario, insieme all’amicizia per gli immigrati che vivono per strada; scuola di italiano per stranieri, riconosciuta dal Ministero, che conta tra gli 800 e 900 iscritti (prevalentemente polacchi, ucraini e ora anche cinesi); organizzazione di pranzi multietnici; accoglienza dei rifugiati al porto.
Non si possono capire le opere della Comunità senza condividere l’esperienza della fede. Ci diamo appuntamento più tardi alle 20, nella stessa chiesa di san Nicola al Nilo, per la preghiera quotidiana. Cos’ha di speciale questa preghiera? Semplicemente, il fatto che sia quotidianamente condivisa: tutte le Comunità di Sant’Egidio sparse nel mondo si riuniscono la sera per pregare allo stesso modo, attraverso canti, salmi, lettura e commento delle Scritture espressa con la forza dell’amicizia e l’umiltà della fede (“te lo chiediamo con insistenza...”). Dedicata a tutte le persone perseguitate nel mondo a causa del Vangelo, è il momento in cui la fede e le opere trovano, alla fine della giornata, una saldatura di senso personale che rafforza il sentimento di essere fratelli e sorelle, nel comune ringraziamento all’unico Padre Onnipotente e al suo Figlio.
Questo ho potuto vedere e sapere della Comunità di Sant’Egidio a Napoli. La Comunità che vive in questa città è la “primogenita” della famiglia di Sant’Egidio, nata a Roma nel 1968. L’epidemia di colera che colpì Napoli nel 1973 e una lettera di un giovane suicida - che in un biglietto di addio aveva dichiarato: “in una città come questa è impossibile vivere” - interrogarono i giovani membri della Comunità di Roma e alcuni si trasferirono a Napoli. É difficile stabilire l’entità numerica dei membri di questo movimento: considerato che il bello che si vede è l’amicizia all’opera e cioè - per riprendere le parole di Papa Francesco - la confusione tra chi aiuta e chi è aiutato, basta ricordare che circa 6.000 erano le persone coinvolte nell’ultimo Pranzo di Natale, organizzato tra la Comunità di Napoli e quelle della Campania. Vorrei inoltre sottolineare l’importanza pedagogica di questa “confusione”, anche rifacendomi all’esempio dei giovani provenienti da quartieri problematici che, guidati dalla Comunità, si prendono cura degli anziani che vivono negli istituti, scoprendo così che aiutare gli altri può cambiare in meglio anche la loro stessa vita, nella misura in cui apprendono dagli anziani il senso della fragilità e, insieme, la forza della speranza.
Il mio ringraziamento infine, dopo l’esperienza di Napoli, va soprattutto a Bianca Frattini, Gabriella Pugliese, Rosanna Del Bene, Malane Pimentel ed Enzo Somma per il tempo dedicatomi e per quella condivisione che è stata possibile in pochi giorni, resi più intensi perché ricompresi nello stile di amicizia e accoglienza proprie dell’agire della Comunità. Un’esperienza che auguro a tutti i lettori!

                                                                                       Maria Lucia Piga
                                                                                       Università degli Studi di Sassari