giovedì 21 febbraio 2013

A Palermo i Giovani per la Pace contro il freddo che uccide i poveri


Il 18 gennaio 2013 viene trovato senza vita Ibrahim, senzatetto marocchino, nei pressi del Foro Italico a Palermo. Forse, a stroncare la sua vita, il freddo. 
Il suo corpo è stato trovato per strada: nessuno in quel momento sapeva chi fosse, nessuno ricordava il suo nome. Sono gli amici che la Comunità di Sant'Egidio incontra il lunedì per un pasto caldo e le coperte, che ci aiutano a riconoscere Ibrahim e a ricordarlo nella preghiera.
Di fronte al dramma di queste vite sole ed esposte al freddo, i Giovani e gli Universitari per la Pace di Palermo hanno voluto rispondere con un gesto di solidarietà che aiuta a riscaldare le notti fredde di questi giorni e a rompere anche il gelo della solitudine e dell'indifferenza, organizzando una serata per raccogliere le coperte e stare insieme, perché insieme si può dare un aiuto concreto e fare un grande gesto di amicizia! 

Abbiamo coinvolto i nostri compagni di liceo, i nostri colleghi all'università, tutti i nostri amici, così sabato 16 febbraio in tanti hanno partecipato al Coperta Party, e in tanti sono arrivati con coperte, piumoni, sacchi a pelo… e con la musica! 
La serata di Villa Ranchibile si è animata così con tanti giovani, uniti dall'invito "riscalda la notte, riscalda il cuore".
Da lunedì si continua a distribuire un pasto caldo e una coperta a chi vive per strada, ma adesso le notti di Palermo sono più calde, grazie alle coperte e a tanti nuovi amici.

mercoledì 20 febbraio 2013

“Forgive, but not forget”: Perdonare, ma non dimenticare. La testimonianza di Rita Prigmore, sopravvissuta all'olocausto di rom e sinti

Ascoltando la testimonianza di Rita Prigmore, donna zingara sopravvissuta agli esperimenti medici nazisti, torna in mente l’inizio di una bella canzone di De Andrè dedicata ai Rom: “Il cuore rallenta e la testa cammina”. Sì, il cuore rallenta e la testa cammina, mentre scorrono le foto che testimoniano le terribili persecuzioni a causa delle quali sono stati uccisi mezzo milione di Rom. Gli occhi degli studenti sono lucidi, il silenzio di una folla di giovani e giovanissimi mostra la partecipazione con cui venogono accolte le parole di questa donna energica. Tre incontri nella giornata di venerdì, a Frosinone la mattina al Liceo Scientifico “Severi” , il pomeriggio con circa duecento ragazzi del catechismo presso la parrocchia del Sacro Cuore, la sera nella chiesa di Santa Maria Goretti gremita di famiglie e giovani: al termine della giornata si sono contati oltre mille partecipanti.
Rita proviene dall’etnia Sinti, un gruppo formato da famiglie zingare perfettamente integrate nella Germania, tanto che la loro presenza nelle città tedesche è attestata da prima del 1600. Per secoli dunque gli zingari hanno abitato nei centri urbani, in case e palazzi, svolgendo gli stessi mestieri di gran parte della popolazione. La madre di Rita era impiegata in una fabbrica di caramelle, ma anche cantante e ballerina, il padre violinista in un’orchestra famosa, i nonni artigiani, lo zio addirittura soldato motociclista nella scorta ufficiale di Hitler.
Gli zingari insomma non venivano percepiti né intrusi né ostili, fin quando l’ideologia nazista si impadronì dei cuori e delle menti di tanti, in Germania ed in Europa: interi popoli, scontenti per la crisi economica ed incapaci di convivere, individuarono la causa dei loro mali nella presenza di etnie diverse e si dedicarono al loro sterminio.  Così i Sinti e i Rom vennero schedati, catalogati in base agli occhi, al naso o ad altri assurdi parametri,in una campagna non dissimile dalle recenti raccolte di impronte e di foto svoltesi anche in Italia. 
Furono poi classificati automaticamente come criminali asociali, istituendo un apposito corpo di polizia contro “la minaccia zingara”. Decine di migliaia vennero sterminati nei lager subito dopo il loro arrivo. I Sinti però attirarono l’interesse morboso del dott. Mengele e dei suoi collaboratori, che sfruttarono i parti gemellari per condurre “esperimenti”, al fine di creare una razza superiore particolarmente prolifica, con occhi celesti e capelli biondi. Rita, nata nel ’43, viene usata come cavia a sole sei settimane di vita, mentre la sorella gemella Rolanda non sopravvive, il suo corpicino viene abbandonato in un bagno dell’ospedale: entrambe le neonate hanno subito incisioni sul cranio ed altre sevizie. I genitori delle gemelle furono sterilizzati (molti moriranno per queste operazioni condotte senza anestesia o con una massiccia dose di radiazioni), ma la madre riuscì a battezzarla in segreto e a proteggerla dagli orrori dello sterminio.
La piccola sopravvive all’olocausto, portando inconsapevolmente le cicatrici nella sua testa: soffre molto a causa continui svenimenti e malori; le viene imposto di lasciare la scuola. Trasferitasi negli Stati Uniti, conosce la verità ormai da adulta: ancora una volta è costretta ad abbandonare gli affetti familiari e a ritornare in Germania, al fine di vedere ufficialmente riconosciute le persecuzioni e i conseguenti risarcimenti ad opera del governo tedesco.

Il vescovo, grazie al cui impegno in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio la signora Prigmore ha potuto svolgere la sua visita, ha espresso le sue considerazioni nella conferenza serale. Mons. Spreafico ha sottolineato come il pericolo della mentalità razzista sia più vicino di quanto non si creda, parta dalla predicazione quotidiana del disprezzo verso l’altro e si annidi anche nella nostra terra. “Quanto sarebbe noioso e brutto un mondo di persone tutte identiche!”. I cristiani -ha concluso il vescovo- hanno l’obbligo di vigilare creando una cultura dell’integrazione e della pacifica convivenza tra genti diverse.

Oggi Rita non si stanca di raccontare le sue dolorose esperienze ai più giovani, mettendoli in guardia sulle terribili conseguenze del razzismo verso gli immigrati o gli zingari, chiedendo loro di costruire un futuro migliore. La sua testimonianza e quella di sua madre sono state registrate da Spielberg e custodite all’Holocaust Memorial di Washington. A quanti le hanno chiesto se non provi sentimenti di rancore o di vendetta, ha risposto serena e decisa: “Forgive, but not forget”. Perdonare, ma non dimenticare. Un compito affidato a quanti l’hanno ascoltata con interesse e commozione.

mercoledì 13 febbraio 2013

Spaghetti Party: Un carnevale di solidarietà alla Stazione Centrale di Messina



L’iniziativa dei Giovani per la pace di Messina nasce dalla preoccupazione per tanti che in questa città si rivolgono al Centro "Maria Iurato" per italiani e stranieri della Comunità di Sant'Egidio. 
In questi ultimi mesi sono aumentate le persone che il sabato si rivolgono al Centro, soprattutto anziani e famiglie con bambini piccoli, circa 800 famiglie ogni mese ricevono un pacco spesa. 
Per questo i Giovani per la Pace hanno attivato una rete di raccolte di generi alimentari e mercoledì 6 febbraio c’è stata grande festa alla Stazione Centrale. 
Sotto il cielo stellato giovani ed amici che vivono per strada hanno suonato e cantato….. e per finire un'ottima spaghettata!

sabato 2 febbraio 2013

In corteo alla Stazione Termini per ricordare Modesta, la "santa" dei senza dimora.

"La storia di Modesta sarebbe stata presto dimenticata. Era una povera donna, indebolita dalla vita di strada, senza casa, senza famiglia: la sua vita sarebbe stata inghiottita nel buio insieme all’ingiustizia che aveva subito. A noi questa storia ci colpì particolarmente perché era un terribile esempio di come la mancanza di compassione può uccidere". 

E' la voce di Francesca Zuccari, responsabile della Comunità di Sant'Egidio per il servizio alle persone senza dimora, ad aprire il ricordo di Modesta, una donna di 71 anni che il 31 gennaio 1983 - esattamente trent'anni fa - moriva proprio lì, al binario 1 della Stazione Termini, senza ricevere i soccorsi necessari, perchè ritenuta troppo sporca.

Dopo trent'anni, grazie al ricordo tenace della Comunità di Sant'Egidio, siamo qui in tanti, qualche centinaio di persone, per un ricordo semplice e commosso: dalla biglietteria, un corteo silenzioso ha seguito una grande corona di fiori, che è stata deposta davanti ad un quadro dell'artista Ottavio Sgubin, che raffigura una donna povera, senza volto. E' lei, quella che ormai i senza dimora chiamano "Santa Modesta", come ricorda anche mons. Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma Centro.   

"Siamo grati a Modesta - conclude Francesca Zuccari - perché la sua memoria ci ha aiutato a non smettere mai di sentire l’urgenza di cambiare la condizione di tante persone che soffrono e a non rassegnarci di fronte all’indifferenza e agli ostacoli. Per questo dopo trent’anni siamo tornati qui. 
Conserveremo sempre la sua memoria perché ci aiuti a continuare a lottare per una città capace di prendersi cura di chi è debole e abbandonato".
Domani, nella basilica di Santa Maria in Trastevere, si celebra la prima delle liturgie in memoria di Modesta, in cui si ricorderanno i nomi di tutti coloro che, come lei, sono vissuti e morti per la strada a Roma.