mercoledì 8 luglio 2015

"Mi chiamo Addouma, vengo dal Sudan e voglio andare in Norvegia": l'immigrazione raccontata da chi la vive

Addouma è arrivato in Italia su un barcone. Ora è a Milano, ed ha affidato la sua storia ad una lettera, indirizzata ad un amico della Comunità di Sant'Egidio, che in questi giorni si prende cura di lui.


Buonasera, mi chiamo Addouma  e ho 21 anni. Il mio paese è il Sudan. Nella mia famiglia ci sono in totale 5 persone. So che sapete come si vive in quel Paese, sotto un dittatore.
Con il tempo, crescendo, ho cominciato a capire che la mia vita doveva essere diversa da quella dei miei fratelli maggiori, perché la vita in Sudan è una vita persa, e più passava il tempo più ero deciso ad andarmene via sacrificando la mia vita, lasciando i miei genitori, i miei fratelli e i miei amici, e tutta la vita che conoscevo.
Ho preso questa decisione sapendo che poteva  essere la mia fine o la mia chance di un cambiamento, sempre con il pensiero -che non mi mollava mai- di provare, sapendo che tanti ragazzi non hanno mai fatto ritorno perche sono morti o in quel grande mare che è il deserto, che lascia passare solo quelli che vuole, o nel Mediterraneo. 
Sono partito per il Nord del Sudan attraverso un percorso conosciuto dai trafficanti. Siamo arrivati in Egitto, poi al Cairo e al Nord dell’Egitto, con i trafficanti siamo andati ancora in un paese che si chiama 16 Ottobre, e lì ho passato 15 giorni. Il mio viaggio è costato 2500 dollari.
I trafficanti erano egiziani e siriani. Ci hanno portato verso Alessandria, in attesa della barca. Io sono rimasto con altre persone chiuso dentro una macchina sotto il sole per 4 ore, sotto il sole del deserto, così non ci vedeva nessuno. Quando sono arrivate le 4 del mattino del giorno dopo abbiamo iniziato a salire nella barca. Abbiamo incontrato molte difficoltà, la barca era piccola, ci hanno picchiato come bestiame e insultato. Più o meno la metà delle persone è riuscita a salire, l’altra metà è scappata per la paura, perché la maggior pare di noi non aveva mai visto il mare, né una barca.
Quando la barca è partita, dopo 6 o 7 giorni in mare, ci hanno spostato su un’altra barca più grande dove c’erano già altre persone, dopo 3 giorni abbiamo perso tutto il cibo e l’acqua che avevamo; abbiamo iniziato a imbarcare acqua. Una donna è morta per la sete, la febbre e la fame, io l’ho toccata ed era caldissima per la febbre.  Il corpo è rimasto con noi per 4 giorni mentre eravamo fermi in mare. Altri 7 ragazzi hanno iniziato a stare male, la loro situazione era molto grave. Io ho avuto modo di parlare con alcuni fratelli che hanno passato in mare anche 18 o 20 giorni o anche di più in attesa che il barcone fosse riempito al massimo.
Ti spiego la procedura: c’è una barca che fa avanti e indietro fra la riva e il barcone più grande, che sta in acque internazionali, per caricare al massimo il barcone senza dare nell’occhio. Questa spola può durare anche diversi giorni o settimane o anche un mese. Quando la barca è piena è l’inizio del viaggio verso il Nord.
Abbiamo iniziato a lanciare l’SOS. Ci ha risposto la Croce Rossa. Prima è arrivata una nave olandese e ci ha dato acqua e cibo. Lo abbiamo perso la notte stessa, e quella sera abbiamo finito la benzina. La nave non ha potuto caricarci ma è rimasta vicino fino al mattino per verificare che non affondassimo. Poi abbiamo visto che la Croce Rossa stava arrivando, e quando è arrivata hanno iniziato a portarci via sulla terraferma; quando siamo arrivati i medici e la Guardia di Finanza ci hanno chiesto uno per uno: vuoi stare in Italia o andare via?
A chi diceva di voler stare prendevano subito le impronte. Tutti abbiamo detto che volevamo andare via. Io ho detto: voglio andare via dall’Italia. Io credo in Dio e credo che ognuno di noi, dove è destinato ad arrivare arriverà. Per esempio: ad alcuni di noi che hanno detto di voler andare via hanno preso comunque le impronte; a me no.
La Croce Rossa ci ha portato qui a Milano. Io vorrei andare in Norvegia. Vorrei ringraziare la Croce Rossa e vorrei ringraziare voi per l’ospitalità e l’accoglienza. Io non so parlare l’italiano per potervi ringraziare tanto per tutto quello che fate per noi tutti.
Forse ci separeremo e io partirò; forse ci vedremo ancora o forse non ci vedremo più, ma una cosa sola rimarrà nel mio cuore per sempre: il ricordo del vostro aiuto. Spero che Dio vi dia la forza e il coraggio di continuare. Grazie.

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